Ho deciso di pubblicare in un post il contributo dell’amico Gaetano Barbella per il valore del suo contenuto, che altrimenti sarebbe rimasto confinato in un commento!
Grazie ancora Gaetano!
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Da un commentodi Gaetano:
“Grazie Annarita, ma colgo l’occasione per aggiungere dei miei pensieri su Catullo, come al solito inconsueti, ma che a te non dispiaciono affatto.”
Le lacrime di Quinzia
Non si pensi che nel cuore e mente di Catullo fosse assente del tutto l’amore puro, al di sopra della follia dei sensi da cui fu preso al laccio senza potersene districare. Altrimenti perché ci perviene, da una leggenda popolare bresciana, intitolata «Le lacrime di Quinzia», una pietosa storia di una Quinzia tutt’altro che lasciva come Lesbia, disposta ad amare eternamente il poeta Catullo?
Se non altro, per l’immenso potere che ha la poesia di sciogliere nodi indistricabili dell’anima. E se essa è stata capace di dar vita all’amore profano servendosi di adeguate parole opportunamente modulate, ebbene perché non immaginare che le stesse si possano riconvertire e concepire l’esclusiva sublimità eterica dell’amore munito di ali? Non può essere l’opera poetica di Catullo a disporsi a tanto, ma di altri presi da compassione per il suo spirito privato di ali eteriche, pur sempre degno di riottenerle, non si sa come.
La leggenda di Quinzia
è questa:
«Si narra che una giovane di Sirmione (1), di nome Quinzia, si fosse innamorata del poeta Catullo, a sua volta follemente innamorato di Lesbia. Ma il poeta ben presto si stabilì a Roma, capitale e centro culturale dell’lmpero. Malgrado la lontananza, il cuore della giovane Quinzia rimaneva indissolubilmente legato al ricordo dell’amato Catullo.
Quando, tempo dopo la partenza di Catullo dal Garda, giunse voce della sua morte, la povera Quinzia, affranta dal dolore, si recò sulle rive del lago e qui pianse tutte le sue lacrime.
Quelle lacrime, cadendo in acqua, formarono sul fondo un mosaico raffigurante il volto del poeta.
Per il dolore Quinzia morì.
Ancora nell’Ottocento i giovani innamorati e i villeggianti del luogo uscivano in barca, nelle notti di luna piena, alla ricerca di quel mosaico fatato».
Può darsi che ancora oggi questa storia d’amore, così dipinta dalla vena lirica di qualche cantore popolare, possa che impietosire coloro che si approssimano a quel lago, cercando istintivamente, ma invano, il mosaico misterioso che, naturalmente, mai è stato veramente visto, se non con l’immagine interiore di fantasiosi innamorati, di notte tempo, con la collaborazione del chiaror di luna e di tante stelle fulgenti del cielo.
Quel volto che Quinzia vedeva, formatosi sul fondo della riva del Garda secondo la favola, non poteva essere che il ricordo di Catullo impresso nel profondo della sua anima. E nei momenti in cui il lago era appena increspato in superficie ne rifletteva l’immagine un po’ disunita, al punto da sembrare un mosaico.
Solo una grande forza d’anima sarebbe bastato alla disperata Quinzia per evitare la commozione, nell’impatto con quelle sembianze mostruosamente alterate. Ma è impossibile resistere a tanto e il pianto non può che sopraggiungere imperiosamente e stravolgere le immagini mentali tenute insieme spasmodicamente.
Le lacrime mentali, però, se non sono buone per i codardi e malvagi, per i coraggiosi e onesti sono molto salutari, perché costituiscono l’estremo messaggio d’amore puro se decidono di raccoglierlo per mettere in salvo le personali Quinzie innocenti.
È questo il finale del racconto di Quinzia: ecco una cosa nobile da poter fare senza tanto ferire o sacrificare che è quella di salvare l’idea di Quinzia e tutto ciò che essa può rappresentare di buono nella vita.
Perciò, come suggerisce il racconto, se ti trovi da quelle parti insieme a chi veramente ti ama, e in lei intravedi Quinzia, non pensare ad altro perché in quello stesso momento, lo spirito in catene, a causa di quel fatto antico, legato ad essa viene liberato e non potrà che accompagnarti nella tua vita per aiutarti in qualche modo e preservarti dal male. (Gaetano)
By Annarita
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(1) Sirmione del Garda (BS)